Il 2025 è stato per l’agricoltura campana un anno di forte pressione ma anche di resilienza. In un contesto segnato da instabilità geopolitiche, aumento dei costi di produzione, concorrenza extra-UE e cambiamento climatico, le imprese agricole hanno dimostrato una notevole capacità di adattamento, pur operando con margini sempre più ridotti.
Secondo Confagricoltura Campania, l’agricoltura regionale resta un pilastro dell’economia: il valore della produzione agricola supera i 5 miliardi di euro, mentre l’intera filiera agroalimentare genera oltre 13 miliardi di euro di valore aggiunto, pari a più dell’11% dell’economia regionale. L’agroalimentare rappresenta inoltre circa un quarto delle esportazioni campane, confermando la vocazione produttiva e competitiva del settore.
Tuttavia, nel corso del 2025 si è ulteriormente ampliata la forbice tra prezzi riconosciuti agli agricoltori e costi di produzione. Energia, mangimi, fertilizzanti, logistica e credito continuano a gravare sui bilanci aziendali, colpendo in modo particolare le filiere zootecniche, con riferimento alla zootecnia bufalina, e quelle maggiormente esposte ai mercati internazionali.
Il cambiamento climatico ha inciso in maniera strutturale sull’attività agricola: siccità prolungate, eventi meteorologici estremi e fitopatie hanno ridotto le rese e aumentato il rischio d’impresa, soprattutto nei comparti zootecnico e ortofrutticolo. In questo quadro, la Campania mantiene comunque un ruolo di primo piano nelle produzioni sostenibili, con oltre 102 mila ettari di superficie agricola biologica, pari a circa il 21% della SAU regionale, e più di 7.400 operatori.
Sul fronte delle politiche agricole, l’entrata a regime della PAC 2023–2027 e delle misure di sviluppo rurale ha rafforzato l’attenzione su sostenibilità, benessere animale e investimenti. In Campania si registrano primi effetti concreti, ma restano criticità legate a burocrazia, tempi di attuazione e frammentazione degli interventi, che ne limitano l’impatto sulla competitività delle imprese.
«Il 2025 – sottolinea Confagricoltura Campania – ha dimostrato che l’agricoltura non chiede assistenza, ma politiche che permettano di stare sul mercato. Servono filiere più organizzate, strumenti efficaci di gestione del rischio e un reale rafforzamento del potere negoziale degli agricoltori».
Particolarmente delicata è stata la situazione del comparto bufalino, simbolo dell’agricoltura campana, messo sotto pressione dall’emergenza sanitaria legata alla brucellosi e dalle conseguenti misure restrittive, che hanno inciso sulla continuità produttiva e sul valore economico degli allevamenti. A ciò si sono aggiunte tensioni di mercato, con forte volatilità del prezzo del latte, incertezze nei pagamenti e margini sempre più compressi, che hanno evidenziato una fragilità sistemica della filiera e la mancanza di una strategia condivisa su sanità animale, rapporti contrattuali e tutela del reddito. Gli interventi emergenziali, pur necessari, non sono risultati sufficienti a incidere sulle cause profonde della crisi.
Anche la filiera olivicola ha attraversato una stagione difficile, segnata da forti disomogeneità produttive e da problemi strutturali storici, aggravati nel 2025 da fitopatie, stress idrico e condizioni climatiche anomale. Il brusco ribasso del prezzo dell’olio extravergine, ritenuto non giustificato da reali squilibri di mercato, ha generato un blocco delle contrattazioni e forte preoccupazione tra gli operatori, rilanciando la richiesta di un Piano regionale di rilancio coordinato con quello nazionale.
Un quadro analogo ha interessato la frutta a guscio, in particolare nocciola e castagna, con cali produttivi in alcune aree superiori al 50%, causati dagli effetti del cambiamento climatico e da nuove fitopatie. A livello commerciale, le incertezze legate alle dinamiche sui dazi internazionali hanno ulteriormente complicato la programmazione delle imprese, fortemente orientate all’export.
La filiera vitivinicola ha dovuto fare i conti sia con le difficoltà climatiche, che hanno inciso su rese e qualità, sia con un rallentamento dei consumi interni e con un clima di crescente incertezza sul commercio internazionale. Le imprese campane, spesso di dimensione medio-piccola e fortemente specializzate, risultano particolarmente esposte ai rischi legati a barriere tariffarie, concorrenza globale e tensioni sui mercati esteri. A ciò si sono aggiunte criticità sul fronte delle pratiche commerciali e delle regole sui pagamenti, che hanno acceso il confronto all’interno della filiera.
Trasversali a tutti i comparti sono emersi due temi strutturali: i danni da fauna selvatica, in particolare da cinghiali, ormai divenuti un problema permanente con ricadute economiche, ambientali e di sicurezza, e la questione del lavoro agricolo. La carenza di manodopera regolare, le difficoltà nei flussi migratori legali e l’inefficienza dei meccanismi di incontro tra domanda e offerta continuano a incidere sulla competitività delle imprese e sulla sostenibilità delle filiere, ponendo la necessità di una profonda modernizzazione del mercato del lavoro agricolo.
Per il 2026, Confagricoltura Campania chiede un cambio di passo: non solo bandi e misure emergenziali, ma il riconoscimento dell’agricoltura come pilastro centrale della politica economica regionale ed europea, capace di generare reddito, occupazione, tutela del territorio e valore per l’intera collettività.